martedì 27 novembre 2012

APPELLO PER LE ELEZIONI DEL CONSIGLIO D’ISTITUTO – ANNO 2012 – COMPONENTE GENITORI



Cari Genitori, mi chiamo Massimo Cortese e sono un candidato al Consiglio d’Istituto, per la componente genitoriale. Domenica e lunedì prossimi, nelle scuole italiane, si terranno le elezioni del Consiglio d’Istituto: si tratta di un momento sicuramente importante, sebbene non sia ritenuto tale. Sono le uniche elezioni educative che abbiamo in Italia, anche se la partecipazione che ha dato vita ai Decreti Delegati del 31 maggio 1974, che appunto hanno portato alla nascita degli organi collegiali nella scuola, ormai non ci appartiene. In questi quaranta anni è cambiata la famiglia: questa sera, nell’intento di riordinare le mie audiocassette, sentivo un vecchio intervento dell’allora Ministro Fioroni della Pubblica Istruzione, che diceva che i suoi genitori davano sempre ragione ai suoi professori, anche quando egli aveva ragione da vendere: la stessa cosa è accaduta a me ed altri milioni di persone della mia generazione. E’ cambiata la società, il Parlamento è ormai prossimo ad emanare una riforma degli organi collegiali della scuola, ma anche i ragazzi sono cambiati. Non voglio fare il bacchettone, ma se sono soli il volto di questi ragazzi è rivolto al loro telefonino, le orecchie stanno in compagnia dell’auricolare con cui ascoltano la musica, e questo fatto isola non poco: quando dialogano tra loro, io ascolto sempre una quantità imprecisata di parolacce e di bestemmie. Ma non è possibile conversare in altro modo? L’uso della parolaccia emancipa? Se ne era accorto anche il regista Nanni Moretti, che nel film Ecce Bombo, fa dire al protagonista del film, dopo che sua sorella dice una parolaccia: “Ma brava, adesso dici anche le parolacce, così ti senti più grande”.  Insomma, volevo dire ai genitori che è importante andare a votare per il Consiglio d’Istituto, ed ho finito per parlare anche di altre cose, come del comportamento dei nostri ragazzi: la verità è che se non mettiamo insieme studenti, genitori, professori, politici, personale ATA, avremo una scuola che non sarà mai al passo con i tempi. Perdonatemi, ma è così. Concludendo, domenica andiamo a votare, magari facciamo qualche sacrificio, e voi ragazzi ditelo ai vostri genitori di andare a votare per il Consiglio d’Istituto. Dimostriamo di esserci.
 

A risentirci
Massimo Cortese

domenica 21 ottobre 2012

FRA QUALCHE SETTIMANA SI TERRANNO LE ULTIME ELEZIONI DEI CONSIGLI D’ISTITUTO NELLE SCUOLE ITALIANE



Il Parlamento sta per varare la nuova Legge che riforma gli Organi Collegiali della Scuola del 1974: infatti, il 10 ottobre 2012 la VII Commissione della Camera dei Deputati ha approvato, in sede deliberante, il disegno di legge n 953 recante “Norme per l’autogoverno delle Istituzioni Scolastiche Statali”. In questa sede non entro nel merito del disegno di legge ma, indubbiamente, il passo che si sta compiendo meriterebbe un maggiore interesse da parte dell’opinione pubblica, in quanto nella Scuola si forma la Classe Dirigente di domani. Noto invece che se ne parla troppo poco, mentre credo che il percorso che aveva dato origine ai Decreti Delegati del 31 maggio 1974 che, bene o male, hanno tenuto banco fino ad oggi, era stato il frutto di un preciso e puntuale dibattito, al quale avevano fatto sentire la loro voce le parti interessate. Accade oggi una cosa diversa? Sicuramente i tempi sono cambiati, perché la Società è mutata in quaranta anni, gli studenti di allora sono diventati i genitori di oggi, e appunto per tali considerazioni è doveroso fare questa riforma ascoltando i soggetti interessati. In questi ultimi tempi, si parla del desiderio di molti politici di tornare a parlare di Buona Politica tra la gente, e allora lancio una provocazione: perché i nostri Politici di Razza non si candidano alle prossime Elezioni degli Organi Collegiali, e dei Consigli di Istituto in particolare, per dimostrare di voler affrontare i problemi della Scuola? Ne beneficerebbero tutti, Politica e Scuola, Genitori, Docenti, Studenti e Personale ATA, quello che una volta era considerato il Personale Non Docente, come se una tipologia di lavoro pubblico prendeva il nome dalla negazione di una determinata funzione, alla faccia della giustizia sociale. Speriamo che qualcuno si faccia avanti.


A risentirci


Massimo Cortese

giovedì 23 agosto 2012



In tempi ormai lontani, allorchè venne chiesto ad un Ingegnere Svizzero quale opinione egli avesse sugli Italiani, questa fu la sua sorprendente risposta:
Il popolo italiano è costituito da grandi lavoratori, però ha un difetto: prima fanno e poi pensano.

In certe occasioni, sono portato a credere che l’Ingegnere potrebbe avere ragione: ma procediamo con calma.

MASSIMO CORTESE



QUANDO LA NEVE FA PENSARE
Contributo sul ruolo delle Province








Febbraio 2012


NEVICA

Nevica incessantemente dal pomeriggio di ieri, quando, nella tormenta, ho pensato seriamente di essere giunto al capolinea. Per fortuna, comunque, mi sono trascinato fino a casa, e per questa volta, mi sono ripromesso che  la riflessione sull’abolizione delle Province, devo scriverla quanto prima.
Ma torniamo alla neve.
In strada non c’è nessuno, non si vede lo spazzaneve, di mezzi pubblici neanche a parlarne. Oggi è sabato, ed anche le automobili non fanno la loro comparsa sulla strada innevata.
E se mi dovesse prendere un accidente, magari una semplice caduta, chi mi ripesca più? Posso morire assiderato con una certa facilità, la possibilità di non scrivere quanto avevo promesso è quanto meno reale.
Scommetto che le strade del Centro son state liberate, ma qui nella frazione non si vede nessuno, neppure le automobili dei mezzi di soccorso che almeno ti danno l’impressione di non essere lasciato solo.
Ma perché non passa lo Spazzaneve?
C’è un problema: manca il contatto tra la Centrale Operativa, che coordina i soccorsi, e che dovrebbe inviare lo Spazzaneve, e la Frazione dove mi trovo, in balia di un vento malandrino che fa Uh Uh ! e di uno spettacolo desolante che è quello che ci viene offerto da questo tempaccio della malora.
Ecco, ho avuto un’illuminazione. Solamente ora ho compreso la ragione per la quale vogliono sopprimere, o trasformare, o rivedere, o cambiare i connotati, al ruolo delle Province che, dopo centocinquanta anni di onorato servizio, e forse anche di più di centocinquanta anni, dovrebbero essere mandate a casa.
Il problema è politico: come nel caso dello Spazzaneve, il Centro non comprende più la Periferia, ma questo avviene perché ormai i rapporti fra queste due Entità Territoriali, che dovrebbero dialogare tra loro, tendono a scomparire.
Si spiega allora perché la Politica, quando si trova al Centro, spinge per l’abolizione delle Province, mentre, una volta radicata in Periferia, l’opinione è automaticamente invertita. Eppure il Centro e la Periferia dovrebbero parlare una sola lingua, ma non è così:  siamo allora in presenza di una Situazione Paradossale, che potremmo definire Schizofrenica o, con un termine più dolce, a Corrente Alternata. Una Politica che non riesce a comprendere questo iato è destinata ad esplodere, anzi è già esplosa, in quanto non riesce a produrre niente di buono: non a caso, in questo momento storico la Politica è Commissariata.
Ma se il Centro non conosce le esigenze della Periferia, i suoi problemi, le sue rivendicazioni, le sue risorse, ma identifica in esse solo una sorta di oneri, di occasioni di spreco, le cose sono due: o ha ragione il Centro o la Periferia. Se il Centro è commissariato, per far vedere chi comanda, è lo stesso Centro che, anziché leccarsi le ferite ed elaborare una strategia di riscatto, vuole commissariare le Province, ridimensionarle, perché ormai l’unica possibilità per restituire colore e credibilità alla Politica è di ascoltare quell’Italia sana, tipica della Periferia. Si vuole ridimensionare l’Italia periferica, perché questa è una minaccia alle rendite di posizione del Centro, ormai  incapace di rifarsi un look: preferisce rovinare il vestito di chi lo ha sempre indossato alla grande, anche se questo gioco al massacro non darà buoni frutti, ma tanta, troppa demagogia. In poche parole, c’è un continuo attacco da parte del Centro alla buona politica delle Amministrazioni locali: si è cominciato con le Comunità Montane, hanno tentato di chiudere i Comuni più piccoli, come se i cittadini di queste Comunità dovessero vergognare di esistere, e adesso si desidera svuotare il ruolo delle Province, in quanto queste le Amministrazioni più deboli.
Questo disegno è un atto di bullismo politico.
E’ triste ammetterlo per uno che ha sempre creduto nello Stato, nella credibilità delle Istituzioni, nel rapporto tra Cittadino e Istituzioni, ma le cose stanno in questo modo. Con l’abolizione delle Province non in modo uniforme, ma a cascata, con le prime sei Amministrazioni Provinciali, dove non  si voterà più a maggio, con la negazione del diritto all’elettorato attivo per una fetta della popolazione, che è una delle espressioni più importanti dell’uguaglianza giustamente decantata nella nostra Costituzione, quelle persone varranno di meno rispetto agli altri concittadini dello Stivale. Vedete: questa è una legge razziale, nel senso che la stessa soluzione non si ha per tutti, e i cittadini delle Amministrazioni in scadenza diventeranno delle cavie: sulla carta, avremmo delle Province di serie A e delle Province di Serie B.
Così come ci sono le strade dove è passato lo Spazzaneve e quelle dove la gente lo attende.
   

SOLITUDINE


Non sono pentito di essermi messo in strada, ma ho la vaga sensazione di essere solo con la neve, in questo 11 febbraio 2012: si sente solo qualche cane abbaiare e qualche gallo che canta, come se qualcuno ci stesse per tradire. Tra queste case di campagna, i galli abbondano nei pollai, e il loro verso mi ha sempre fatto ridere. Qualche automobile coperta di neve si comincia a vedere, ed anche qualche persona intenta a spalare l’accesso alla propria abitazione. Saluto tutti, ma a un certo punto del mio cammino vedo una signora fermare un automobile dei Vigili del Fuoco: la donna si lamenta, e fa bene, del fatto che in  via Monte San Vicino non è passato nessuno, almeno uno spazzaneve farebbe comodo… Il vigile prende nota della lamentela, od almeno fa la parte, probabilmente le dice che avviserà la centrale operativa: ma, penso, anche se lo facesse, la segnalazione della signora sarà presa in considerazione, o andrà a finire nel naturale dimenticatoio ?
Tornando alle nostre province, La Classe Politica del Centro ascolterà le lagnanze della Periferia? Non credo, sembra almeno che la Camera dei Deputati abbia rigettato un emendamento che consentiva di prorogare i poteri delle Amministrazioni in scadenza. Se ormai l’ultima spiaggia è offerta dal ricorso al Giudice, segnale inequivocabile di quell’impotenza ed incapacità ella Politica di elaborare soluzioni, questo Paese avrà dei danni pesanti: dobbiamo impedirlo? La nostra Classe Politica del Centro è consapevole, in questo tempo innevato, del fatto che molte strade sono provinciali e che a questo Ente devono fare capo? E i loro figli e nipoti frequentano le scuole superiori, e allora sanno che gli istituti scolastico sono di proprietà delle Province? E se i loro figli cercano un lavoro, i nostri politici sanno che gli uffici di collocamento del lavoro sono nella competenza delle Province? Potrei allungare il brodo, con i discorsi sull’ambiente, sui finanziamenti comunitari, ma finirei per annoiare il lettore: queste competenze qualcuno dovrà gestirle, a meno che si voglia creare ulteriore confusione.
In definitiva, ci potrebbero essere molte altre ragioni sull’importanza della Provincia, un sistema napoleonico su cui è basato il nostro Stato: la memoria, una ottimale gestione delle risorse, come è testimoniato dall’esistenza delle Prefetture, a meno che qualcuno cominci a dire che anche questa Istituzione andrebbe eliminata. Ci rendiamo conto che se eliminiamo questi Enti andiamo verso nuovi enormi problemi, con altrettanti sprechi di denaro, in un momento in cui tutto farebbe pensare al contrario? Un’altra prova dell’ipocrisia della politica del Centro è la strumentalizzazione che è stata fatta dell’Ente Provincia: in anni recenti ne sono state create troppe ed oggi, forse per un tardivo senso di colpa, si vuole dare un colpo di spugna a tutto, buttando via il bambino con l’acqua sporca. E per quei soldi gettati al vento, qualcuno risponderà, o torniamo a parlar male delle Province, salvo poi presentarsi alle elezioni?
Mi rivolgo a voi, Signori del Governo: prima che sia troppo tardi, pensiamoci su, si faccia una riforma organica, rapida e funzionale dell’Istituzione Provincia: domani potrebbe essere troppo tardi.

CONCLUSIONE

Ho inteso dare un contributo al dibattito sul ruolo delle Province. Chiedo scusa a coloro che dovessero essersi risentiti dall’aver usato parole forti, ma la posta in gioco è troppo alta, ed io amo profondamente questo Stato.
Il mio viaggio si è concluso, sia pure con qualche problema simile a quelli incontrati da milioni di altri concittadini in questi giorni inondati dalla neve.
Sperando che il tempo migliori, nell’augurarmi che si possa tornare quanto prima ad una vita normale, c’è bisogno di un generale ripensamento su molte cose: ma, per favore, prima pensiamoci bene su quello che facciamo e poi si agisca, senza ripiombare nel caos: i problemi possono nascere da soluzioni sbagliate, ma anche dal non aver approntato soluzione alcuna.
Questo breve scritto è stato composto sabato 11 febbraio 2012, nel bel mezzo di una nevicata durata per tanti giorni. Ve lo ripropongo in questo caldo agosto.
A risentirci
Massimo Cortese

martedì 7 agosto 2012

AL PUBBLICO DIPENDENTE CI PENSA NESSUNO?


Ai tempi attuali, la scarsa reputazione di cui gode l’intero settore del pubblico impiego è ormai cosa nota, anche per effetto della continua iniezione di ingiustificati risentimenti verso i pubblici dipendenti, spesso ritenuti la causa di tanta parte delle nostre disgrazie economiche. Debbo invece constatare come, in questo nostro amato e bizzarro Paese, un dipendente pubblico che faccia normalmente il suo lavoro, al punto da morire assassinato nell’adempimento delle sue funzioni, non faccia più notizia, quasi fosse, il suo, un rischio naturale. Non ho letto un solo editoriale sulla sconvolgente morte della direttrice delle poste, a parte qualche quotidiano online locale: quella persona è scomparsa nel nulla: eppure avrà avuto dei figli, un marito, delle amiche. Io non accetto questo colpevole silenzio.
Per questa ragione, non commento la notizia: è certo, però, che un’ingiustizia come questa è un grido di dolore che non deve passare nel dimenticatoio in un Paese civile.

A risentirci

Massimo Cortese

martedì 29 maggio 2012

TERREMOTO: ALCUNE REGOLE DA RISPETTARE


Nei miei scritti, parlo spesso del terremoto, avendolo incontrato nella sua forma devastante ed inquietante nel 1972. Il terremoto ha accompagnato un anno della mia vita, in quanto la prima scossa ha preso il via il 25 gennaio, mentre l’ultima è avvenuta il 25 dicembre di quell’anno: essendo rimasto ad Ancona durante il massimo sviluppo del sisma, sono a conoscenza della situazione drammatica in cui si vive in quelle condizioni. Sulla base della mia esperienza, suggerisco alcune regole da osservare: 1) bisogna imparare a convivere con le scosse; 2) non bisogna dimostrare di avere paura, ma ostentare fiducia ed ottimismo; 3) non bisogna cedere ai facili allarmismi; 4) continuare a credere in una vita normale, come se il terremoto non esistesse; 5) aiutare sempre le persone che si dovessero trovare a vivere l’emergenza sismica; 6) fare largo uso dell’ironia quando si parla di terremoto, senza mostrare cedimenti nervosi; 7) chiudere sempre porte e finestre, per impedire che gli sciacalli possano approfittare della situazione di panico.
Penso di dover illustrare queste regolette.
1)     Bisogna imparare a convivere con le scosse. Il terremoto, oltre alle scosse più forti, ha un notevole sciame sismico, che ha il suo corso durante un periodo più o meno vasto. Bisogna adottare tutte quelle precauzioni che il personale della Protezione Civile metterà a disposizione della popolazione.
2)     Non bisogna dimostrare di avere paura, ma ostentare fiducia ed ottimismo. La battaglia contro il terremoto può essere vinta soprattutto dal punto di vista psicologico, il che significa infondere coraggio e speranza agli altri ed a sé stessi. Il problema è che non si è più in grado di fronteggiare le disgrazie; pensiamo per un attimino ai nostri nonni e genitori che hanno vissuto durante la seconda guerra mondiale: eppure, quella sofferenza è terminata, pur avendo avuto i suoi picchi.
3)     Non bisogna cedere ai facili allarmismi. In situazioni del genere, non mancano occasioni per distruggere il morale delle persone.
4)     Desiderare una vita normale, come se il terremoto non esistesse: è facile a dirsi, ma bisogna tentare.
5)     Aiutare coloro che dovessero trovarsi vittime dell’emergenza sismica: fa bene all’autostima, e quindi alla salute.
6)     Fare largo uso dell’ironia quando si parla dl terremoto: essere
     allegri aiuta (ma attenzione a non essere inopportuni ndr).
7)     chiudere sempre porte e finestre, per impedire che gli sciacalli possano approfittare della situazione di panico. Ricordo ancora un servizio televisivo sul Friuli terremotato, in cui un uomo era disperato per il furto della sua macchina da scrivere.
A risentirci
Massimo Cortese

domenica 27 maggio 2012

Raffronto "Cortese - Napolitano"


Raffronto fra alcune parti del discorso del Presidente della Repubblica Napolitano del 25 aprile 2012 a Pesaro e l’undicesimo capitolo intitolato “La sfiducia nella classe politica” del libro di Massimo Cortese “Un’opera dalle molte pretese”.

Capo dello Stato: Occorre allora impegnarsi perché dove si è creato del marcio venga estirpato, perché i partiti ritrovino slancio ideale, tensione morale, capacità nuova di proposta e di governo”.
Da Un’opera dalle molte pretese, pagina 37, rigo 15 e seguenti: Dobbiamo tornare ad essere un Paese normale, dove la politica possa risolvere i problemi e far ripartire l’Italia, aiutarla ad uscire dalle secche in cui è confinata. E’ necessario distinguere tra i partiti e gli abusi di qualcuno: quando il sistema non va, si rende necessario un cambiamento, ma, per favore, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca.

Capo dello Stato: E’ questo che occorre: senza abbandonarsi a una cieca sfiducia nei partiti come se nessun rinnovamento fosse possibile,  e senza finire per dar fiato a qualche demagogo di turno. Vedete, la campagna contro i partiti, tutti in blocco, contro i partiti come tali, cominciò prestissimo dopo che essi rinacquero con la caduta del fascismo: e il demagogo di turno fu allora il fondatore del movimento dell’Uomo Qualunque – c’è tra voi chi forse lo ricorda- un movimento che divenne naturalmente anch’esso un partito, e poi in breve tempo sparì senza lasciare alcuna traccia positiva per la politica e per il paese.
Da Un’opera senza pretese, pagina 36, rigo 16:   La gente non si riconosce più nella sua classe politica, non crede più ai partiti, e a lungo andare non ritrova più sé stessa. Il dato più eclatante di questa schizofrenia è che dal 1994 in Italia, le elezioni politiche vengono vinte dal Partito dell’Opposizione, che torna a diventare tale ogni volta che si va nuovamente alle urne.   C’è poi il fenomeno della politica- spettacolo. Da noi le prime Tribune politiche sono, se non ricordo male, del 1960, indette in occasione delle elezioni amministrative di quell’anno, ma il primo uomo politico che si presenta in televisione è un parlamentare che proveniva dal mondo dello spettacolo. Si chiamava Guglielmo Giannini, la trasmissione alla quale partecipava era Il Musichiere e, particolare da non trascurare, subito dopo la guerra aveva fondato in quattro e quattr’otto un partito di destra, noto come Fronte dell’Uomo Qualunque. Questo movimento – dice il dizionario – consisteva in una critica svalutatrice  dei sistemi democratici e in una scettica opposizione programmatica alla democrazia postbellica, tanto che alle elezioni politiche del 1948, la prima dall’entrata in vigore della Costituzione scritta dai partiti, praticamente scompare, si dissolve, ma quella spinta propulsiva di movimento antisistema non viene meno. Grosso modo, mi pare che oggi stia accadendo la stessa cosa, nonostante siano trascorsi sessant’anni, e non a caso si parla sempre più spesso del teatrino della politica.

Capo dello Stato: Non esitino e non tardino i partiti a muoversi in questo senso. Guardino però tutti  con attenzione ai passi per le riforme  che si stanno compiendo e si compiranno da parte dei partiti, e non vi si opponga una sfiducia preconcetta e aggressiva.  
Da Un’opera dalle molte pretese: La colpa, lasciatemelo dire, è della classe politica, che fa a gara per farsi pubblicità, partecipando a trasmissioni di qualsiasi tipo, pur di apparire.  

Capo dello Stato: E invece oggi cresce la polemica, quasi con rabbia, verso la politica. E si prendono per bersaglio i partiti, come se ne fossero il fattore inquinante. Ma per capire, e non cadere in degli abbagli fatali, bisogna ripartire proprio dagli eventi che oggi celebriamo. Come dimenticare che proprio da allora, dagli anni lontani della Resistenza, i partiti divennero e sono per un lungo periodo rimasti l’anima ispiratrice e il corpo vivo e operante della politica? I partiti antifascisti furono innanzitutto la guida ideale della stessa Resistenza, che non si identificò con nessuno di essi, che non ebbe un solo colore, che si nutrì di tante pulsioni e posizioni diverse, ma da quei partiti trasse il senso dell’unità e la prospettiva della democrazia da costruire nell’Italia liberata. E furono quei partiti i promotori e i protagonisti – sospinti dalla forza del voto popolare – dell’Assemblea Costituente, dando vita a quella Costituzione repubblicana che costituisce tuttora la più solida garanzia dei valori e dei principi che scaturirono dalla Resistenza.
Da Un’opera dalle molte pretese, pagina 35 , rigo 9: Il problema è che ormai nella politica si vede solo il potere fine a se stesso, a proprio uso e consumo, una sorta di regno del privilegio che non produce alcuna utilità o, peggio, che genera solo rabbia.
-          Bè, un tale giudizio è ingiusto e ingeneroso.
-           E’ vero, ma questa è l’impressione comune che si ha quando si parla di politica.
-          Non sempre è stato così, giovanotto.
-          E’ vero, ma prima di rispondere alla tua domanda, analizziamo un po’ quel che è
 accaduto al nostro Paese dal dopoguerra ad oggi. Sulle ceneri del secondo conflitto mondiale nasce la democrazia italiana, ed interpreti di questa rinascita sono i partiti politici, che allora avevano un forte rapporto con la gente comune. L’Italia è ancora un paese povero, ma solidale: pensa, nel 1945 circolavano trecentomila automobili, oggi ve ne sono quaranta milioni. Dopo gli anni del boom economico, a proposito del quale mi piace ricordare il film I mostri, dove il Parlamento viene definito pappamento, una prima invadenza dei Partiti nella società italiana avviene negli Anni Settanta, in concomitanza con la legge sul finanziamento pubblico.
Le parti del discorso del Capo dello Stato sono state prese dal sito della Presidenza della Repubblica.  

domenica 6 maggio 2012

LA FESTA DELLA LIBERAZIONE E L’11° CAPITOLO DEL MIO LIBRO “ UN’OPERA DALLE MOLTE PRETESE”

Ieri, 25 aprile 2012, mentre ascoltavo in TV il discorso del Presidente della Repubblica a Pesaro, ho avuto una strana sensazione: mi sembrava , a proposito di quelle parole, di averle già sentite. Anzi, le avevo già scritte.
Infatti, nell’Undicesimo Capitolo del mio terzo libro “Un’opera dalle molte pretese”, intitolato “La sfiducia nella classe politica”, a pagina 34, avevo affrontato il discorso. L’occasione è data dall’incontro, surreale senz’altro, fra lo scrittore esordiente, il protagonista del romanzo, e lo Stato italiano. Tra i due si ha un breve dialogo, con il nostro scrittore che si sfoga e si toglie qualche sassolino dalle scarpe: d’altra parte, è l’occasione della sua vita: quando mai gli sarebbe ricapitata una opportunità del genere? Nel capitolo si fa riferimento al film “Il Vigile”: chi non ricorda Alberto Sordi e Vittorio De Sica, che hanno regalato alla storia del Cinema Italiano due interpretazioni memorabili? Nel mio libro viene fatto un excursus storico sul ruolo avuto dai partiti dal ‘48 ai giorni nostri, ed anche il Capo dello Stato ha operato un’analisi del genere. Nel libro parlo poi di antipolitica, soffermandomi sul Fronte dell’Uomo Qualunque, scomparso da molto tempo, e non nascondo l’emozione quando ho sentito citare quel movimento dal nostro Presidente, che ha aggiunto: “Forse qualche anziano tra noi se lo ricorda”. Signor Presidente, qualche giorno prima di morire, mio padre mi confessò di aver votato, al Referendum del 2 giugno 1946, per la Monarchia e per il Fronte dell’Uomo Qualunque: come omaggio , il protagonista del racconto “Letture proibite”, pubblicato sul secondo libro, è affascinato da quel movimento. L’affondo finale dei due discorsi è simile: i partiti politici vanno riformati, ma non eliminati, a qualunque costo. Mi sembra di ricordare che il Presidente abbia usato un’espressione del tipo “ Il marcio va eliminato”, mentre il sottoscritto ha usato un modo di dire più colorito: non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca. Parole ed espressioni diverse, ma i concetti restano identici: volevo solo far presente questa cosa, tutto qui.
A risentirci

Massimo Cortese

martedì 13 marzo 2012

L’OSPITE BALLERINO: QUARANT’ANNI FA IL TERREMOTO AD ANCONA.

Sono ormai trascorsi quarant’anni dalle vicende del terremoto, che fece la sua comparsa proprio il 25 gennaio del 1972. Oggi, a distanza di tanti anni, molte persone si sentiranno in dovere di ricordare quei momenti che, a seconda della fascia d’età di ciascuno di noi, acquisteranno un significato particolare. All’epoca, avevo poco più di undici anni, e già il fatto di averne ora cinquanta implica la nostalgia di un passato che, in ogni caso, appartiene al nostro DNA. Alcune persone non ci sono più, come mio padre, che durante la scossa del 14 giugno ebbe la stravagante idea di gettarsi dal balcone, per fortuna non attuata, dal momento che non era neppure cosa facile camminare sul pavimento in quei frangenti. Per la cronaca mi trovavo a cena con i miei, ero prossimo a bere, e credo che si tratti dell’unica volta in cui il bicchiere è rimasto, più che sullo stomaco, sulla mano : in quei momenti ho avuto l’impressione che il pavimento stesse sprofondando, o forse era appunto un’impressione.
In tutti questi anni mi son fatto l’idea che il terremoto non è apparso a caso, avendo preparato le sue visite con estrema cura, quasi fosse una persona di casa, sebbene sapesse fin dall’inizio di non essere un ospite gradito. Eppure il terremoto è stato l’incontro con l’imprevedibilità, qualcosa di analogo i miei genitori devono averlo vissuto con la guerra, con la sola differenza che quell’evento è durato cinque anni, mentre il nostro ospite ballerino appariva e scompariva a suo piacimento.
A sostegno della mia strampalata tesi, porterò delle prove.
Tanto per iniziare, il debutto del terremoto ha una data ben precisa. In televisione, infatti, precisamente sul primo canale, vi era la quarta puntata dello sceneggiato televisivo A come Andromeda: parlava di una stazione spaziale, di un viaggio tra il nostro pianeta ed uno strano satellite: se pensiamo che, quando pronunciamo la prima lettera dell’alfabeto, diciamo tutti A come Ancona, avrete capito che la scelta del signor terremoto di debuttare nella nostra città è stata appropriata, oserei dire naturale. Inoltre, il fatto di parlare dello spazio, ci faceva dimenticare la nostra cara Terra, e adesso capirete la ragione della sua comparsa nel corso di quello sceneggiato, quasi se la fosse presa. All’avvertimento del 25 gennaio, avente il sapore ed il valore di una scossa premonitrice, non avevamo creduto, e lo avevamo dimenticato, forse per sempre, al punto che, per riemergere dall’anonimato lo stesso terremoto di è rifatto vivo nel mezzo della notte del 4 febbraio: quella volta la scossa fu molto forte. La notte è il momento migliore della giornata per avere paura: ebbene, la scossa del 4 febbraio ci mise con le spalle al muro, senza darci il tempo per fare il punto della situazione. Nel parlare comune fecero il loro ingresso nuovi vocaboli: le scosse potevano essere ondulatorie o sussultorie, il sisma era ormai una presenza fissa, conobbi le tendopoli, sentimmo parlare degli sciacalli, per non parlare del Battaglione San Marco, i cui soldati dovevano avere alcune migliaia di sacchi dove poter riporre i cadaveri, almeno così si diceva. Facemmo poi la conoscenza con la Scala Mercalli, che doveva essere una misurazione della potenza del terremoto: già all’epoca si parlava di Scala Richter, che doveva essere un tale che doveva dire più o meno la stessa cosa, ma noi parteggiavamo per lo scienziato di casa nostra.
Poi venne il mese di giugno, con la scossa grandiosa del 14 di quel mese, con la gente che fuggiva con le macchine, le piccole tende militari distribuite alle famiglie, le notti insonni passate alla sala d’aspetto della stazione ferroviaria, che secondo qualche sconsiderato, promosso esperto sul campo, doveva rappresentare l’unico fabbricato in grado di rimanere in piedi. Però, secondo me, anche quella scossa non venne a caso: in realtà, i soliti studenti che non studiavano mai, vista l’enorme quantità di assenze fatte durante l’anno scolastico, non sapevano che pesce prendere per essere promossi all’Esame di Stato: in quei casi ci voleva qualcosa di straordinario per risolvere la situazione. Il terremoto si ritenne lusingato dall’essere richiamato in servizio, e fece di tutto per far promuovere quegli sconsiderati, che fecero l’esame sotto le tende: e, conoscendo l’epoca, chi era quel professore tanto irresponsabile dal bocciare qualcuno? Anch’io fui promosso d’ufficio alla scuola media, e la cosa non mi fece tanto piacere, visto che avevo studiato. Poi, a poco a poco, il terremoto si ritirò in buon ordine, ma per lui, che ci aveva cambiato la vita per un buon anno, una tale ritirata sarà stata anche strategica, ma non certo onorevole. Per questa ragione, ha voluto dare il suo Arrivederci in modo del tutto singolare, che sta a dimostrare quanto avesse meditato sul momento da scegliere. Per farla breve, l’ultima scossa veramente significativa avvenne il giorno di Natale, e quale giorno poteva essere migliore per una tale comparsa con il botto?
Poi, il 25 gennaio del 2012, mentre molti di noi l’avranno ricordato, ha voluto farci sentire la sua vicinanza con qualche altra scossa considerevole, ma nelle regioni limitrofe, per non mettere in giro la voce, a lui sfavorevole, che avesse un conto in sospeso con noi anconetani.
Un’ultima cosa avrei da aggiungere. A parte il discorso fatto prima su Ancona, un dubbio mi assale: per quale ragione il Signor Terremoto avrebbe scelto di farsi raccontare da me? La risposta è semplice, quasi elementare: essendo venuto a conoscenza di un tale, che cura la rubrica di racconti intitolata Cortese…mente, aveva bisogno di trovare qualcuno che, per una volta tanto, prendesse le sue difese, e sembra che lo abbia trovato…

A risentirci

Massimo Cortese

giovedì 26 gennaio 2012

A QUARANT’ANNI DAL TERREMOTO DI ANCONA - RICORDO DELLA PRIMA SCOSSA

IL 25 gennaio del 1972 ci fu la prima scossa di terremoto. Prima di allora non sapevo che cosa fosse il terremoto, o meglio, non lo avevo incontrato personalmente. A dire il vero, conservo ancora un lontanissimo ricordo del terremoto del Belice, in Sicilia, una terra molto lontana dalla mia: avendo infatti saputo che era buona cosa donare dei capi di vestiario in buono stato a quelle popolazioni, così duramente colpite, con mio padre ero andato al Porto di Ancona con un mio cappottino a chiazze bianche e nere, che ormai non indossavo più. Questo è comunque un segno di quella solidarietà che ha sempre contraddistinto gli Italiani.
Torniamo al mese di gennaio dell’anno 1972. Frequentavo la quinta elementare, e all’epoca c’era ancora l’esame del secondo ciclo, quello per andare alla scuola media.
In televisione, sul primo canale vi era lo sceneggiato A come Andromeda, che si occupava di una stazione spaziale: il programma in questione mi lasciava un po’ perplesso, sicuramente non seguivo bene l’esposizione degli eventi. Probabilmente, la scelta del terremoto di debuttare durante quel programma televisivo sullo spazio, è stata appropriata, almeno se analizziamo l’evento dal suo punto di vista. Comunque quella scossa non fu tremenda, all’epoca non si sapeva nulla dello sciame sismico, e la cosa finì lì, senza molti commenti.
Non ricordo neppure che se ne sia parlato a scuola il giorno dopo.
Niente faceva presagire il dramma che si stava preparando.

A risentirci
Massimo Cortese